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UN BAMBINO IN SOSTITUZIONE 

di
Anna Laura Cannamela Embergher



Quando in un seminario di costellazioni familiari lavoro con  una persona, quasi sempre le chiedo: “Porti il nome di qualcuno del tuo sistema familiare?”e/o “La tua data di nascita coincide con qualche evento rilevante  avvenuto nel tuo sistema familiare?
Ho mutuato  questo modo di procedere  dalla psicogenealogia.

Solitamente a questa domanda la persona rimane un po’ sbigottita, molto spesso mi risponde di portare il nome della nonna, dello zio, di un fratello morto… Trovare delle coincidenze nelle date è un po’ più raro, ma spesso accade.

Per approfondire meglio questo argomento vi racconto la storia della biografia del grande pittore olandese Vincent Van Gogh.

Vincent Van Gogh, figlio di un pastore presbiteriale, nasce il 30 marzo del 1853, un anno dopo la nascita di un fratello maggiore, nato morto, anche lui chiamato Vincent, nato esattamente il 30 marzo 1852  e per beffarda coincidenza registrato allo stato civile sotto lo stesso numero, il 29.
Il fratello viene sotterrato in una tomba, in cui appare scritto “ Vincent Van Gogh,  30 marzo 1852”, vicino alla canonica dove il padre celebra i riti; il nostro Vincent, il futuro pittore, appena ha imparato a leggere , ha riconosciuto il suo nome sulla stele funeraria.

Si racconta che quella tomba fu una delle sue ossessioni per tutta la vita, e sinceramente lo vediamo nei suoi dipinti, come si ripresentino spesso l’oscurità e i simboli della morte.
Sicuramente l’aver dato a Vincent il nome del fratello non è stato un dispetto da parte dei genitori, anzi l’usanza di dare ai figli che nascevano il nome di un fratellino morto era una credenza molto diffusa  e serviva a mettere il nuovo nato sotto la protezione di “un’anima in paradiso”. Nessuna aveva ancora scoperto o riscoperto, il pericolo che comporta una tale identificazione.

Vincent era nato ed era stato messo in sostituzione del fratello, come si poteva sentire? Come poteva prendere a piene mani la vita, se lottava con il senso di colpa di essere vivo (in fin dei conti occupava un posto non suo)?

Vincent veniva così al posto di un altro. Chi era dunque?

“ A che sarei utile, a che potrei servire? C’è qualcosa dentro me, ma che cos’è?” scrive.

Ecco il dramma ontologico del suo destino: la ricerca dell’identità perduta, l’esigenza di servire fino alla fine. Studia per un certo periodo per diventare evangelizzatore.
Sarà infatti sempre ossessionato dal doversi sacrificare , dal condividere le sofferenze, ad essere un "fratello di dolore” dei poveri e degli afflitti, un novello San Francesco: regala i suoi vestiti, decide di dormire su un tavolaccio, veglia i malati, scende nelle miniere più pericolose per dare conforto ai minatori, e a chi gli chiede il perché di una tale scelta risponde:  “ Chi ha bisogno di Luce e conforto se non chi lavora nel buio delle viscere della terra?”

Viene però respinto dalla chiesa ufficiale, che ritenendolo troppo zelante non gli rinnova  l’incarico di evangelizzatore.
Questo provoca in lui un’ulteriore grave crisi interiore.

La via d’uscita la trova disegnando.

Tutta la vita (lo possiamo evincere dalle lettere scritte al fratello Theo) si sente però un incapace, un inetto, spesso il dolore è tale da esprimersi con atti di autolesionismo; quando il 27  luglio 1890 si spara una revolverata, scrive un biglietto in cui afferma: "l’ho fatto per il bene di tutti...” .
Muore il 29 luglio.
Possiamo anche sottolineare che Vincent si spara pochi mesi dopo la nascita del figlio di Theo, suo fratello minore, cui viene dato il nome di Vincent: siamo quasi di fronte ad un paradosso temporale nella vita del pittore e questo comporta che non possono esistere due Vincent vivi.

Tra l’altro è interessante citare due osservazioni della madre Cornelia Carbentus Van Gogh:  “Vive in modo diverso dai suoi coetanei”;  “Penso sempre che ovunque sia e qualunque cosa faccia, possa rovinare tutto con la sua eccentricità e le sue strane idee”.

Questo è come Vincent Van Gogh si vede e viene visto, la sua vita è un susseguirsi di eventi estremamente dolorosi: una vicina di casa, Margot Begemann, che accudì sua madre dopo una caduta e con la quale aveva avuto una relazione, tentò il suicidio.
Nel gennaio del 1882 Vincent conobbe una trentenne prostituta alcolizzata, butterata dal vaiolo, Clasina Maria Hoornik detta Sien, già madre di una bambina e in attesa di un altro figlio, che gli fece da modella: dopo il parto, vissero insieme ed egli pensò anche di sposarla, sperando di sottrarla alla sua triste condizione: scrisse al pittore van Rappard: «Quando la terra non viene messa alla prova, non se ne può ottenere nulla. Lei, lei è stata messa alla prova; di conseguenza trovo più in lei che in tutto un insieme di donne che non siano state messe alla prova dalla vita».

Tutto questo non gli impedì tuttavia, dapprima di ammalarsi di gonorrea, e poi di lasciare Sien dopo un anno, anche per la pressione della famiglia (che, appresa la volontà di Vincent di voler sposare una prostituta, tentò addirittura di farlo internare).
Il 26 marzo 1885 il padre morì improvvisamente d'infarto dopo un violento alterco con lui.

Sicuramente nell’intera famiglia Van Gogh c’erano delle problematiche che non si limitavano solo a Vincent e al suo essere un “figlio in sostituzione; il fratello Theo, quello che gli è stato più vicino, morirà psicotico nel centro psichiatrico di Utrecht, la sorella Wilhelmina ha passato numerosi anni in manicomio per turbe mentale, anche il fratello minore finirà per suicidarsi.

Molti personaggi famosi erano figli di sostituzione: Van Gogh, Dalì, Beethoven, Stendhal, Rilke, Hesse, Althusser hanno vissuto, sia pure in modi
diversi, il problema del senso di colpa della loro vita, arrivando ad esprimere le loro genialità straordinarie e raggiungendo, ora definitivamente, più spesso solo temporaneamente, una situazione di equilibrio.

Sicuramente chi vive una vita come Vincent Van Gogh ha un destino di un certo peso e di un certo tipo, legato non solo all’essere un figlio in sostituzione.

Da insegnante e da costellatrice familiare voglio fare delle riflessioni: parto dicendo che ogni bambino è qualcosa di unico e irripetibile, non rimpiazzabile né sostituibile.
Questo ci insegnano le costellazioni familiari e la vita: un figlio perduto non  può essere dimenticato, è necessario e fondamentale integrarne il ricordo nella famiglia. Un figlio in sostituzione diventa un impedimento al riconoscimento della morte, all’accettazione del dolore e all’elaborazione del lutto.

Nel caso di Van Gogh la confusione tra vivente e morto è tale da mettere in discussione l’identità di chi è vivo.

 Il nome è il modo con cui veniamo conosciuti dal e nel mondo, è energia e come tale ci plasma; non è un caso che diversi maestri spirituali cambino il nome ai loro discepoli: a volte è un modo per liberarli da “un evidente destino”.

A volte ci innamoriamo di persone che portano il nome  di un membro del nostro sistema familiare ed è un nome che a volte ci fa provare simpatia ed antipatia.

Diamo ai nostri figli nomi che raccontano una storia: non  a caso tanti anni fa una madre che aveva avuto tante gravidanze metteva al figlio che doveva “chiudere” il nome di Ultimo. Nomi che disegnano un destino, che raccontano cosa ci aspettiamo o vogliamo, che legano all’ albero genealogico, che limitano o caricano di aspettative.  Per carità un nome porta in sé anche degli elementi molto positivi, può essere utile in una professione perché porta con sé un’energia utile allo svolgere di quel particolare lavoro o ci dà indicazioni di che ruolo abbiamo all’interno dell’albero genealogico.
Più di una volta ho visto un maestro sufi dire: “Questo nome va bene, non è da cambiare”.
Ovviamente non è un caso portare o dare un certo nome, credo che esserne coscienti sia fondamentale per prendere atto di come l’inconscio ci muove, capire se la vita che viviamo è completamente scelta da noi o no. Da millenni l’uomo s’interroga su “Chi sono io?”, in questa ricerca un tassello ce lo può dare anche un semplice nome.

 
 
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