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 Sulle tracce dell’energia 

maschile e femminile

di
Anna Laura Cannamela Embergher

 


Il tema dell’energia maschile e femminile viene qui avvicinato da più angolazioni:
a) filosofica – in particolare il pensiero fenomenologico ed esistenziale del ‘900;
b) sistemica – ogni singolo elemento è strutturalmente legato agli altri elementi del sistema e in questa relazione dinamica prende significato, ed ogni singolo cambiamento su una componente influisce sull’intero sistema;
c) costellativa – le dinamiche sistemico–relazionali vengono rappresentate tridimensionalmente; il richiedente si ‘mette in gioco’; l’intervento del costellatore esperto, in un’ottica di co-inconscio di gruppo, agisce sul registro simbolico, mirando ad aggirare le barriere razionali dell’io e parlare direttamente all’inconscio, per favorire un autentico cambiamento.

Ciò premesso, vorrei evidenziare un punto: in questi anni ho registrato una crescita costante di persone che mi richiedono di lavorare sulle problematiche energetiche dell’elemento maschile e femminile. Non è tanto una domanda sulla propria identità, ci troviamo già ad un livello ulteriore: l’obiettivo è ripristinare il flusso di energia positiva che, invece di fluire liberamente da una generazione alla successiva, viene bloccata o dispersa, e talora fuoriesce in modo dirompente attraverso il malessere esistenziale. Questo può avvenire per i motivi più diversi: gli irretimenti familiari in cui ci sentiamo intrappolati, o le lealtà inconsce transgenerazionali (ossia tra membri di generazioni diverse), a causa delle quali i discendenti si fanno psichicamente carico di destini negativi altrui, come emerge dai classici studi di Boszormeny–Nagy sulle “lealtà invisibili” e di Abraham e Torok sui “fantasmi” e sulle esistenze mancate, vissute come “cripte” in cui tali eredità inconsce si incistano, svuotando di significato, progettualità e vitalità l’esistenza autonoma del soggetto in questione.

Ricapitolando: rimuovere eventuali irretimenti inconsci, legati alle generazioni precedenti ,  è un punto di partenza irrinunciabile. Tuttavia, il punto qualificante del costellare è successivo: riprendere a far fluire le energie positive, riuscire ad essere liberi, cioè pienamente se stessi, qui ed ora.
E, siccome tutta la nostra esperienza passa attraverso il corpo, bisogna che venga prima compreso il senso profondo, fondativo, del nostro “essere un corpo”, che è ben diverso dall’ “avere” un corpo.
Tutta la vita, l’intera vicenda umana  passa attraverso il corpo. E’ il mio essere corporeo a darmi la mia personale prospettiva sul mondo, a veicolare tutte le esperienze ed i livelli di significato che posso sperimentare.
Compio un passo ulteriore, avvalendomi dell’osservazione fenomenologica: il mio corpo mi è “dato”, originariamente, come corpo maschile o femminile.  Siamo sul piano di una differenza ontologica tra i due, ed è ciò che fonda il senso della sessualità come relazionalità, ossia come tensione della persona umana ad integrare aspetti che sono originariamente complementari. Poiché sin dall’origine si dà una differenza, fondamentalmente nessun essere umano basta a se stesso, ma tende a porsi in relazione all’altro da sé.
Vorrei qui richiamare l’opera di Luce Irigaray, per la quale “l’essere è originariamente due”. Questa pensatrice ha centrato il proprio lavoro sul tentativo di individuare la radicalità della differenza sessuale, in quanto prima e più significativa ‘differenza’, tra le tante che l’essere umano si trova davanti (sociali, linguistiche, politiche, religiose, etc.), e che entrano a definire l’identità stessa della persona. La Irigaray, in estrema sintesi, sostiene - in accordo con una versione aggiornata della psicoanalisi ed una raffinata filosofia della persona: cfr. Husserl, Merleau-Ponty, Melchiorre, Lacan - che già in origine non possa darsi un ‘io’ senza il ‘tu’.Tuttavia, mentre nei pensatori del primo Novecento si parlava genericamente di una alterità fondativa, la Irigaray insiste che tale differenza originaria sia di natura sessuale: maschile e femminile sono elementi radicalmente differenti. Con coerenza intrinseca, la Irigaray abbozza persino una ‘costituzione universale democratica’, che poggia sul rispetto di tutte le differenze, che scaturiscono dal riconoscimento della differenza originaria, quella tra maschile e femminile.

Allargando la nostra scala prospettica, per parlare della differenza e della conseguente complementarietà ontologica del maschile e del femminile, il pensiero corre sicuro al mito dell’androgino, esposto nel Simposio di Platone: quali metà di un unico intero originario, uomini e donne vanno all’eterna ricerca della propria metà mancante, e nell’amore (nell’eros) essi cercano di ricomporre l’unità che avevano perduto.
Cambiando orizzonte culturale, un riferimento altrettanto suggestivo è l’unione di Yin e Yang nel Tao: all’interno di un cerchio (l’unità originaria da cui tutto si genera), due elementi sinusoidi - l’uno bianco (il maschile, ovvero la luce del giorno) e l’altro nero (l’elemento femminile, ovvero il lunare) - si compongono in unità: ciascuno dei due contiene al proprio interno un puntino del colore opposto, a simboleggiare che nessuno dei due aspetti può stare senza l’altro. Le implicazioni di questa simbologia sono profonde e potenzialmente inesauribili.
Tuttavia, voglio tornare a circoscrivere i termini del discorso su quanto è rilevante per le Costellazioni. Anch’io credo che ‘maschile’ e ‘femminile’ siano qualcosa di originario. Non parlo semplicemente dell’aspetto biologico, perchè una cosa è il corpo biologico, ed un’altra è il possibile ‘senso’ (il significato ontologico) che lo attraversa. Quindi, in accordo con le maggiori tradizioni culturali, individuo certe caratteristiche umane fondamentali come ‘energia maschile’ ed altre come ‘energia femminile’: sono forme complementari, in imprescindibile dialettica di reciproca donazione di significato.
Espliciterò meglio quali caratteristiche attribuisco al ‘maschile’ e al ‘femminile’, essenzialmente legate al significato della corporeità o, se si vuole, della sessualità. La parola “sesso” viene dal latino “sectus”, cioè ‘tagliato, reciso’. Vi è dunque un riferimento etimologico a un ‘taglio simbolico’, una differenza tra maschile e femminile, che fonda la necessità di mettersi in relazione, di cercare il proprio senso attraverso l’altro, in sostanziale accordo tra i miti di tutte le epoche e latitudini.
Il maschile si caratterizza per la sua propensione ad uscire da sè, a protendersi nel mondo: ricerca, intrusione, aggressività, ma anche assunzione di responsabilità, trascendimento dell’immediatezza, fantasia, capacità di astrazione. Figure estreme del ‘maschile’ sono il Don Giovanni, il pensatore illuminista, il cavaliere errante, l’eroe che si batte - tutte figure che tendono ad ‘uscire da sé’, per trovare il proprio senso in ‘altro’.
Correlativamente, l’elemento femminile viene espresso nelle caratteristiche legate alla recettività: generatività, capacità di nutrimento, riflessione, forma, stabilità, accudimento dell’altro, spazialità, memoria. E recettività non significa mera passività, perchè anzi ci vuole molta forza, per ‘lasciar essere l’essere’.
La coscienza mitica delle più varie tradizioni vede dunque la donna come terra che il fallo – vomero va arando, come solco sacro che Edipo osa seminare, terreno fertile su cui i semi possano germinare. E’ una metafora viva, che rinvia al pensiero della terra quale principio di vita: vedi il suggestivo binomio homo - humus (uomo - terra), come indicato da Mircea Eliade, grande storico delle religioni.

Ci muoviamo dunque in un solco comune, talmente ancestrale da sopravvivere pressoché identico in ogni tradizione mitica, in cui la differenza tra maschile e femminile è la radice di una relazione originaria verso l’altro, per trovare il proprio senso più autentico. Come scrive Kierkegaard ne Il Concetto dell’Angoscia: si tratta di una “differenza nella sintesi”, dove (come nel Tao) è la sintesi a rendere significativa la dialettica dei differenti ma anche, reciprocamente, è la differenza a dar vita (cioè, corpo) a tale sintesi. Ed è evidente che tale unione ha senso, proprio a partire dalla differenza originaria.
 
Voglio ora tornare ad occuparmi delle Costellazioni. Una Costellazione può dirsi riuscita quando, lavorando per sbloccare gli snodi del sistema dalle incrostazioni che ne impedivano il libero fluire, si riesce a far riemergere nel costellante un giusto equilibrio dell’energia, specificamente maschile e femminile. In altri termini: poichè tutto ciò che noi siamo passa attraverso il corpo (compresa la coscienza e persino ciò che indichiamo col termine “mente”), e la corporeità è originariamente connotata come maschile o femminile, il raggiungimento dell’equilibrio consisterà appunto in un reintegro di quelle energie vitali che io chiamo ‘maschile’ e ‘femminile’. Questo è il punto più qualificante.
Ritorna dunque il tema della corporeità, senza la quale l’uomo non può avere né percezioni, né affetti o relazioni con gli altri e col mondo; senza la corporeità, l’uomo non potrebbe avere neppure pensieri, perchè la mente risulterebbe sterile, se non fosse ancorata e non prendesse alimento, anche simbolico, attraverso il corpo.
Quanto ho esposto sin qui corrisponde ad un esame sul piano ontologico, ossia essenziale, del tema del maschile e femminile, che tengo presente quando faccio costellazioni. Negli ultimi tempi, ho rilevato sempre più spesso , in decine di casi verificati con puntuale feedback, che il tema del maschile e del femminile si esprime con una domanda specifica sull’ ‘energia’ dei due elementi.
In particolare, nella mia esperienza ho riscontrato che avere una vita relazionale e specificamente sessuale molto articolata spesso non ha un adeguato corrispettivo nei livelli di energia.

Esemplificando: quando una donna o un uomo hanno uno o più amanti, questo fatto è solitamente legato a due situazioni: o il compagno/a fa da padre/madre, e quindi il partner va a cercarsi un compagno/a al di fuori della coppia; oppure, con modalità quasi contro-intuitiva, nella donna/uomo che ricerca la relazione extraconiugale vi è un’ energia femminile/maschile molto bassa: questo potrebbe essere il motivo per cui la persona ricerca più appoggi energetici, più ‘colonne’ su cui sostenersi. In numerosi casi costellativi, inoltre, questo apporto energetico avviene anche ripristinando il flusso di forze positive, maschile o femminile, proveniente dagli antenati, anche attraverso rituali. Solitamente si verifica che, reintegrata l’energia mancante, il bisogno di ricevere energia dall’esterno si esaurisce spontaneamente, il sostegno diventa interno e proviene da se stessi e dal proprio sistema. Senza energia, nei casi più estremi si è come vampiri, ossia ci si nutre dell’energia del/i compagni, senza riuscire a dare nulla in cambio.
Un’ultima riflessione, per completare il quadro delineato: la dialettica originaria tra elemento maschile e femminile, che fa perno non sulla opposizione, bensì sulla complementarietà, è la base di ogni vero equilibrio. Senza uno dei due aspetti complementari – cioè, senza il riconoscimento delle differenze – non conosceremmo nemmeno l’altro nella sua verità: la verità dell’uno è legata alla verità dell’altro. E’ questo il piano su cui i due elementi trovano il loro radicale senso ontologico: nella reciprocità del dono del riconoscersi; qui essi trovano, poeticamente, l’inaudita possibilità di realizzare il vertice più alto e luminoso della libertà umana.

 

 
 
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